Non vedeva l’ora di arrivare a casa, togliersi le scarpe ché i piedi ancora gli bruciavano un po’ per via della camminata sulla brace, bel regalino del week end di merda che aveva dovuto passare con tutti i suoi colleghi di lavoro in quella full immersion di due giorni – simpaticamente chiamato corso di formazione motivazionale – conclusa con una bella prova collettiva sui carboni ardenti; il tutto per esplorare le proprie potenzialità e rinforzare la propria consapevolezza e l’autostima.
Non si era fatto male ma neanche bene e certo, a ripensarci, ne avrebbe fatto volentieri a meno; e poi, si disse, quella bella scarica di adrenalina che l’aveva tenuto eccitato per un paio d’ore, se la sarebbe potuta procurare in qualche altro modo, magari facendosi salire botte di rabbia guardando il teatrino dei politicanti in televisione che dibattevano di problemi di lavoro e proponevano tagli ai salari degli occupati e sacrifici e pazienza ai disoccupati, il tutto al caldo dei loro esagerati stipendi nei salotti virtuali di quei pupazzi sempre d’accordo con i padroni e i potenti di turno.
Comunque era arrivato sotto casa; trovò fortunatamente un parcheggio libero, scese, controllò di aver chiuso porte e finestrini, si mise le chiavi della macchina in tasca e prese quelle di casa. Non vedeva l’ora di arrivare non solo per levarsi quelle scarpe del diavolo ma anche perché cominciava a sentire una certa urgenza minzionale. Aperto il portone, si mise davanti all’ascensore e, senza guardare, pigiò il pulsante della chiamata. Passati alcuni secondi girò la testa e si accorse che la spia rossa era accesa, ma dell’ascensore neanche l’ombra e, per di più, non si sentiva nessun rumore. Continua a leggere »
solito festone, solita accozzaglia umana. dj loffio, musica spazzatura, volume spaccatimpani. il fumo massiccio di sigarette e canne assorbe la scarsa riserva di ossigeno. si boccheggia, gli abiti già puzzano di catrame, i volti della gente mi sembrano più grigi ogni minuto che passa. per non drammatizzare, bevo quel tanto che basta e mi butto in pista. sgomito, mi dimeno, lancio occhiate. di solito abboccano in due o tre. seleziono rapida e mi lancio sul più carino. si chiama geppy e questo non depone a suo favore. ma è un’atleta e la smagliante forma fisica mi fa tollerare il nome coglione. conversazione zero, gli sportivi… in quanto a charme però non c’è che dire. e poi tocca: carezze, abbracci, labbra che sfiorano l’orecchio sussurrando. si tergiversa un po’. poi parte alla carica: posso accompagnarti a casa? penso di si, ma poi mi blocca: realizzo che non so niente di lui, nè conosco nessuno che lo conosca. allora, no. però gli sgancio il mio telefonino e lui mi molla il suo. il giorno dopo è domenica e m’aspetto che chiami. non lo fa. trascorsa una settimana abbondante, me ne dimentico. lui invece ha una memoria d’elefante e la sfodera un paio di mesi dopo. mi telefona a casa una fredda sera d’inverno. sono geppy, ti ricordi di me? vagamente, grugnisco. ma il pachiderma continua sicuro: come va, che stai facendo? taglio corto, impaziente di riagganciare al volo. passata l’euforia del momento, che potrei farmene ora di uno che si fa chiamare geppy? ma quello non demorde: che ne dici di un bagno caldo a saturnia? da roma dista solo 200 km., in due ore siamo là. ti va? certo che no, esclamo, il termometro segna –3° e inoltre ho il raffreddore. come sarebbe, ribatte sbalordito, che c’è un’epidemia? sei già la quarta a cui telefono stasera, e state tutte male? serataccia, commento, però poteva andarti peggio… se mi chiamavo zora avevi esaurito le chance!
racconto di Soledad
sciaff sciaff sciaff sciaff, il rumore delle onde ti sciacqua il cervello come se stessi dentro una lavatrice – programma per i delicati – e ti sbatte come un panno dentro il cestello, sopra e sotto a destra e sinistra, senza pausa. ti lasci andare – sciaff sciaff – e i pensieri vanno e vengono e te ne vai, forse dormi forse no, forse sogni; apri un occhio e vedi tamerici e ulivi, oleandri e palme, monti e colline e strade polverose che portano a spiagge solitarie; la chiesetta del mille e trecento te la guardi dentro e fuori, ha le cupole rosse sbiadite dal sole e la porta aperta per chi vuole pregare o per chi è solo curioso, sta in fondo a una gola e ti fermi per riposarti e prendere un po’ di fresco su un sedile sotto gli alberi, un tempo ci stavano gli eremiti e ti prende un sentimento di commozione e poi ti rimetti a camminare ancora un po’ per sbucare in una spiaggia in cui una capra fastidiosa, puzzolente e curiosa continua a cercare cibo dai pochi turisti; sciaff sciaff e vedi tutti i posti con i nomi dei santi e pensi che solo qui si può chiamare un paese santa pace, sì davvero santa pace! abbracci tutto con lo sguardo e richiudi l’occhio mentre un sorriso ti allarga il viso e il libro che hai appoggiato sullo stomaco sussulta piano piano pure lui; sorride e lì sta bene, sullo stomaco, così che le parole passino per induzione dalla carta al cervello e magari anche loro si ripuliscano dentro la stessa lavatrice. e adesso vallo a spiegare a tua madre che pure questa volta hai portato i libri a cambiare aria, come ti diceva con l’aria di rimprovero divertito ai tempi della scuola quando tornavi dalle vacanza con i tre o quattro libri nello zaino ancora intatti. e ti passa un sentore di malinconia e di dolore ma sciaff sciaff la lavatrice del cervello lo ricaccia in fondo in un punto lontano. ci vorrebbe una sigaretta ma hai smesso di fumare e ti consoli respirando l’aria pulita del mare e dei monti e vai a cercare altri piccoli sassi che in questa spiaggia sono diversi di forma e di colore da quelli di ieri e dell’altro ieri. Continua a leggere »
bellicapelli avrà circa cinquant’anni. ben portati, non c’è che dire. e non solo per l’argentea chioma fluente che ondeggia morbida sulle spalle, ma alto, snello e abbronzato com’è, fa davvero la sua porca figura. passa il tempo incollato al bar del club vattelapesca di malindi. che sia alcolizzato? ma no, scopro presto che è il padrone del villaggio dove sono capitata in vacanza a scrocco. il suo duro lavoro consiste nel bivaccare in mezzo al crocicchio intrattenendo gli ospiti – meglio se donne – come si conviene. visto che non gli do confidenza, un giorno mi tallona fino in spiaggia, dove tiene stabilmente aperto un ombrellone-dependance, sempre per le pubbliche relazioni. “tessoro” mi apostrofa, io faccio orecchie da mercante. “tessoro” grida più forte finchè non sono costretta a girarmi e a interloquire col piacione. “scussa cara, ma che nun ce senti?” ecco appunto, mi pareva. il tizio è de roma-roma, bellissima città, beato lui, ma quando apre bocca ti fa cader di sentimento. dunque non abbocco. “sai, il vento il rumore del mare… ma dimmi pure”, sibila il crotalo che è in me. “no, è che volevo sapè come te chiami, sai qui ar villaggio semo un po’ tutti amici e a te ancora nun te conosco…” “soledad”, rispondo secca. “ah ecco, e quanto te fermi?” “una settimana”. “no, è che c’hai proprio un fisicaccio, me spiego? ma quant’anni c’hai?”. scandisco livida la cifra fulminandolo al contempo con gli occhi. “ammazzete oh! pe’ l’età che c’hai te tieni ancora bene, dico davero, nu’ sto a scherzà, complimentoni! comunque, quanno te và de bevete ‘na cosa, sai dove trovamme, me so’ spiegato? oh, naturalmente offro io, ce mancherebbe artro!” naturalmente, le buone maniere, prima di tutto!
racconto di Sole dad
scherzi a parte, il ragazzo merita. lasciamo stare che è carino, è che si dice in giro che è dotato, molto dotato di quella virtù rara e assai poco apparente. Il che m’induce a incuriosirmi e appena m’invita a casa sua, ci vado lesta. notifico all’istante la veridicità della vox populi. da quel momento in poi mi rendo disponibile a ogni sua chiamata ma disgraziatamente il giovanotto non mi s’accontenta. egli non brama solo la soddisfazione dell’alcova. pretende cinema, cenette e scampagnate. ora, non è per fare la difficile, ma ugo, detto cotica, mal s’addice al ruolo d’accompagnatore. al buio, nel fruscio delle lenzuola ha il merito che ha. ma alla luce del giorno egli presenta limiti di cui malvolentieri si fa sfoggio in società. “mi vuoi solo per quello” reclama. “ma che dici”, mi giustifico maldestramente. com’è come non è, decide di punirmi. mi nega i suoi favori finché non gli dimostrerò il contrario di quel che pensa. l’andazzo m’indispone: il gioco forse vale la candela, ma quello gioca al rialzo: dopo la cena vuole passeggiare e, non pago, vuole pure conoscere i miei amici. in quanto a sdebitarsi non ci pensa. “non mi convinco ancora del tuo disinteresse”, si schermisce. dopo una settimana di ramadan sono stufa e parto all’attacco. gli dico vengo da te ma preferisce vedermi in un bar. lo bacio languida e quello sorridente, propone di andare al cinema. gli parlo di un week end a luci rosse, ma ha già pronto un invito per una mostra. mentre se lo tiene stretto tra le gambe, sorseggiando un drink, mi squilla il nokia: è un vecchio amico di passaggio. se non ricordo male, l’ultima volta che l’ho visto non ci annoiammo punto. “che faccio questa sera? ti vedo volentieri” e così detto, mollo l’avaro in tronco, mentre sta ancora blaterando di prove e di intenzioni serie. se non ricordo male, l’amico forestiero non ha lo stesso calibro ma almeno non risparmia i colpi.
racconto di Sole dad
ognuno ha il suo destino, quello di gaetano era a forma di sorriso. gliel’aveva regalato il padre, il destino, prima di andarsene di casa. aveva sei anni quando accade. il padre andava di fretta, aveva finito di caricare i bagagli nell’auto ed era pronto per l’ultimo saluto. lo prese in braccio e, guardandolo dritto negli occhi, gli disse serio: se te la vuoi cavare nella vita, devi essere allegro, figlio. togliti quel muso triste dalla faccia e la vita sarà una gran bella vita. dai retta a papà. ciao piccolo, ci vediamo. gaetano non capiva cosa stava accadendo ma sapeva che non sarebbe più andato al luna park con lui. e neanche ai giardinetti. corse a casa e si chiuse in bagno. si fissò allo specchio, mentre le parole paterne rimbombavano dentro in testa come un’emicrania. gli veniva da piangere. ricacciò le lacrime in gola e allargò la bocca in una smorfia panoramica. mantenne quell’espressione da clown per un’ora e replicò l’esercizio ogni volta che gli scappava la pipì. pisciava e sorrideva, sorrideva e pisciava e nel frattempo cresceva, ogni giorno più ilare. a scuola era una frana ma aveva una memoria formidabile. le barzellette che snocciolava a raffica rivelavano una vivace intelligenza. così dicevano i professori che, tra una risata e l’altra, lo dichiararono maturo quel tanto che basta per toglierso dai piedi. dopo il liceo, gaetano si cercò un lavoro nel campo dell’intrattenimento e lo trovò facilmente, perché ci sapeva fare. conosceva tutti i trucchi del mestiere per divertiree divertirsi. sapeva ballare, cantare e recitare, aveva un repertorio infinito di battute esilaranti, praticava l’arte dell’illusionismo, conosceva tutti i giochi di società possibili e immaginabili e naturalmente era un ottimo dj. il suo charme di simpatico mondano conquistò i salotti di mezzo mondo, aveva un calendario di prenotazioni lungo due anni. gli uomini lo ammiravano e invidiavano, mentre le donne semplicemente gli cascavano ai piedi. gaetano le seduceva con la sua verve di brillante intrattenitore, raccontava quisquilie, freddure e piccole storie inutili. il suo frivolo modo di essere suscitò grandi dibattiti tra i professionisti dell’intrattenimento: gli amici ne apprezzavano la leggerezza, i nemici ne deprecavano la superficialità. lui evitò di dare ragione agli uni o agli altri e continuò a concentrarsi sul lavoro. trascorse così molti anni in vacua letizia, senza problemi o dolori, finché un giorno, durante una festa di matrimonio, accadde un fatto inaspettato. Continua a leggere »
mi capitò – per un certo periodo della vita – di frequentare un cenacolo di persone dal percorso politico ed esistenziale del tutto analogo, interessate al mondo della psicoanalisi; ci si incontrava, si cenava, all’epoca ancora si fumava, e tra il serio ed il faceto si affrontavano argomenti pubblici e privati, riportando sia pareri propri e personali suggestioni che analisi ed impressioni dei rispettivi strizzacervelli. alcuni avevano terminato da poco, altri erano in via di concludere il percorso analitico e tutto questo ci dava una sensazione di leggerezza e di saggezza condita con un pizzico di presunzione e di onnipotenza. ci raccontavamo le sensazioni che più premevano per uscire e da ciò scaturiva un dibattito solitamente interessante e piacevole.
A me accadde di raccontare un fatto assai recente: proprio quella mattina al risveglio la mia amata mi aveva chiesto cosa mi fosse successo nottetempo; disse che ansimavo, gemevo, mi agitavo e sudavo come se fossi preda di un incubo orribile; poi ad un certo punto avevo anche urlato tanto da spaventarla. il fatto è che avevo sognato di nuovo quella situazione indefinibile di pericolo e terrore che ogni tanto mi paralizzava nel sonno. un incubo ricorrente mi faceva svegliare agghiacciato e con la gola arsa. ogni volta cambiava forma mantenendo inalterato il contenuto: qualcuno o qualcosa mi terrorizzava così tanto che restavo immobile nel sogno aspettando che succedesse qualcosa di definitivo che non arrivava mai. qualche volta il terrore era generato dal diavolo, altre volte da un mostro oscuro, altre da un vampiro, altre ancora da un assassino maledetto e crudele che mi scaraventava nel vuoto e ricordavo la sensazione del precipitare ma non l’impatto definitivo e finale. i miei incubi ricorrevano ad intervalli del tutto estemporanei ed inaspettati, non legati ad alcun accadimento vero o verosimile della mia realtà presente o passata; cambiava il pericolo ma non la situazione dalla quale, dissi, non riuscivo ad emergere. la sensazione fisica era quella di collassare nel sonno e l’uscita, solitamente consisteva nello svegliarmi di soprassalto e urlando, con la sensazione fortissima che qualcuno stesse veramente nella nostra stanza e volesse uccidermi o farmi impazzire del tutto. un sogno inconcluso che non aveva mai una fine. Continua a leggere »
il bell’olandesino alloggiava dal signor rajasekaram, un indiano molto ospitale. stava lì da sei mesi, a scrocco completo. di professione faceva dunque l’ospite. in compenso era simpatico e si era rivelato un’ottima guida turistica. certo che avevo notato i suoi sguardi languidi, ma era una creatura, mica potevo mettermi a dar scandalo. tuttavia una volta lo salutai con un bacio e quello sbalordì. di lì a qualche giorno mi raggiunse sulla spiaggia per ricambiare i saluti. tra vacche sacre e noci di cocco, mi dedicai a mostrargli quel che sapevo sul sesso tantrico. fu breve e neanche intenso, ma che volete ne sappiano a quell’età! il giorno dopo lo rispedii dal signor rajasekaram, che se lo tenesse lui. l’addio lo commosse, lo consolai offrendogli latte di cocco. tornata in italia, ricevetti sue notizie via mail. aveva aperto una casella a nome kabir_baby per giurarmi amore eterno. soprattutto insisteva per venirmi a trovare. capirai mi dicevo, quello s’è piazzato laggiù sei mesi e non è certo un luogo confortevole… qui siamo in piena opulenza, e chi lo smuove più da casa mia? così tergiversavo ma lo spasimante non mollava. per evitare sorprese, mi risolsi per una mail chiarificatrice. prima di scriverla, kabir_baby sparì improvvisamente. era un buon segno? me ne rimasi acquattata per un mese finché inevitabilmente giunse la mail. la aprii con timore: non vorrà mica comunicarmi il numero di volo? “my sweet” esordì, “ti sarai chiesta il perché di questo lungo silenzio… ebbene, è che ho incontrato una ragazza e mi sono innamorato”. l’aveva conosciuta all’università giocando a pallavolo, avrei potuto perdonarlo? “my dear” gli risposi, “when love comes, keep it! all the best!” mi elogiò al cubo: “che donna meravigliosa, sei unica, mitica!” sollevata, mi congratulai con me stessa: è proprio vero che ad aiutare il prossimo ci si guadagna sempre.
racconto di Sole dad
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ogni tanto vedo un cespuglio nomade, mi scivola vicino e se mi sbatte contro devia un poco, ma non si ferma mai. così lo guardo farsi trasportare via con l’andatura zoppicante, immerso in un fitto polverone. mi piace osservare le abitudini di chi è diverso da me, soprattutto degli uomini. io vivo in un’oasi rigogliosa e accogliente, ci sono nato e non me ne andrei, solo che non c’è molta vita, e quella che c’è non è né socievole né interessante, come i cespugli appunto, o come i beduini, che se ne vanno all’alba per ritornare a notte fonda e, anche quando ci sono, si bardano in modo che non li si può vedere in viso. molto meglio gli altri, che arrivano su cammelli strani che rotolano e fumano dalla coda, indossano vestiti succinti e guardano ciò che li circonda attraverso degli scatolotti neri che quando viene buio emettono lampi. sono curiosi, e così allegri e chiacchieroni che è un piacere starli a sentire. è da loro che ho imparato la parola “beduini”: si adatta perfettamente a quei musi lunghi con le loro palandrane! per essere sincero, ho visto gli stranieri una volta sola. sono rimasti una settimana, poi il deserto ha deciso di dimostrare la sua forza. erano anni che una tempesta di sabbia non si faceva così violenta, io stesso, che mi vanto della mia scorza dura, cominciavo a dubitare di poter resistere a tanta furia. sembrava impossibile, ma anche quella volta le dune si sono calmate. mi sono guardato intorno, non c’era anima viva, l’atmosfera era così quieta e irreale che ho pensato di essermi immaginato tutto. poi ho visto una maglietta impigliata tra i miei rami, e ho capito cosa vuol dire non avere radici.
racconto di Marco
la protesta popolare ha occupato la città, il clima è incandescente. una cortina di robocop color grigio rogna fronteggia il corteo. l’eccellente comitiva del diritto di cronaca completa la scena. il gotha del reportage internazionale si è riunito qui oggi, manco fosse la cerimonia del pulitzer. fra tanta gente illustre noto uno che conosco, bello, alto, moro e pluripremiato. mi saluta affettuoso e mi chiede di me. si unisce a noi un suo collega, bello, alto, biondo. mi porge la mano e si presenta. non posso credere che sia davvero lui: più che famoso è mitico. sto davanti a due semidei e mi sento inadeguata. loro però sembrano gradire la mia compagnia e così mi rilasso. deve essere proprio la mia giornata. scorrazziamo insieme per ore, ogni tanto ci perdiamo di vista ma ci rincontriamo ed è subito festa. tra sorrisi, complimenti e lazzi familiarizziamo sempre più. comincio a chiedermi chi sceglierò quando sarà il momento. oscillo indecisa: il primo è il mio tipo così scuro com’è, e in più lo conosco. ma l’altro è mozzafiato! più ci penso, meno mi risolvo. i due intanto fanno i pavoni, come se ce ne fosse bisogno. ma guarda un po’ che situazione, proprio lo stesso giorno dovevo incontrarli? mi crogiolo nella bambagia finché posso, poi iniziano gli scontri. i robocop si abbattono violenti sulla folla ma io, scortata dai miei angeli custodi, mi sento in paradiso. sono bellissimi: più che darsela a gambe, danzano. chi dei due, chi dei due?… lascio decidere alla sorte: all’improvviso sento una gran botta in faccia, prima vedo blu, poi rosso. quando mi riprendo, il sangue mi offusca la vista. senza volerlo, ho urtato un manganello durante l’orario di servizio. braccia amiche mi trascinano subito al riparo. un’ambulanza mi aspetta al varco e m’inghiotte senza neanche darmi il tempo di salutare il biondo e lo scuro. tanto non avrei mai saputo chi scegliere.
racconto di Sole dad
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la cosiddetta “sindrome dello specchio” ha assunto tale rilevanza che sugli episodi, finora classificati semplici casi di stress, l’osservatorio epidemiologico delle nuove malattie mentali ha istituito uno speciale gruppo d’intervento. lo sconcertante fenomeno assai complicato da spiegare, forse un mix di meditazione trascendentale e fisica quantistica perpetrato, si teme, da hackers del pensiero ai danni delle imprese, sta interessando soprattutto le aziende marketing oriented e creando non pochi problemi all’attuale management. di rapidissimo decorso, procura distorsioni della realtà e danni della percezione più o meno temporanei ma tali da destabilizzare definitivamente i dirigenti che in alcune, e non ancora del tutto note, particolari condizioni oggettive e soggettive hanno la ventura di fermarsi davanti ad uno specchio. unanime è l’accordo sulla franchezza con cui i dirigenti colpiti parlano del fatto e l’unico esito permanente finora appurato é una forma di scissione della personalità per cui i contagiati dalla sindrome in oggetto raccontano di sé come se la cosa non li riguardasse, evidenziando volentieri la schizofrenia del proprio ruolo professionale. tutti i dirigenti colpiti, usciti dal tunnel dell’afasia e della paura, esattamente 15 giorni dopo il ricovero coatto, concordano su questo vivido ricordo: qualcuno riesce ad entrare nello specchio e mettersi al posto della propria immagine riflessa. il dirigente che si rimira vede sì se stesso ma l’immagine parla, dice e fa cose del tutto inaspettate e così orribili da provocare il fenomeno dissociativo sopradetto. l’ultima vittima, direttore generale di una nota azienda, temendo una serrata discussione sulle sue ultime scelte aziendali, da lui stesso dichiarate ex post discutibilissime, ha voluto imprimere un’aura di cupo pessimismo alla mensile riunione con i sottoposti.
in una fredda notte berlinese, capita che mi rinfranca un rastaman. bianco e napoletano ma assai più esotico di un crucco. comunque in quanto a spirito e capelli niente da dire. dopo quattro chiacchiere gelate, mi chiede di continuare la conversazione al calduccio a casa mia. perchè no? siamo due buoni amici dopotutto. più avanti poi, gli chiedo ostello io per una notte e lui mi accoglie di buon grado. fatti gli onori di casa, usciamo per un giretto. università occupata, sound system a manetta, giovani ovunque. malgrado il gap generazionale, sono a mio agio, poiché il ceppo tribale è lo stesso. il similrasta, mi presenta a destra e manca agitando la chioma fluente. una tipa dall’aria simpatica mi si accosta: tu devi essere l’amica di fuori, capisci l’italiano? scandisce. la guardo perplessa e faccio cenno di sì con la testa, il mio accompagnatore scoppia a ridere e mi spiega che la sua ragazza ha frainteso che essendo di fuori io fossi straniera, invece è solo che non sono di qui. e tutti giù a ridere. io meno. come ragazza? nel senso di fidanzata? non che siano fatti miei, ma che situazione è mai questa? mi imbarazzo, loro affatto. anzi, sono entrambi altrettanto affettuosi con me quanto tra loro. qualcosa mi sfugge o mi sto leggermente imborghesendo? sarà l’età ma di colpo mi sento a disagio e faccio male, perché loro sono semplicemente cordiali. anyway la serata trascorre e finalmente si torna a casa. saliamo in macchina tutti e tre ed è lì che mi sorge un dubbio: stiamo andando a casa, nel senso di tutti e tre nella stessa casa? ossignore, e poi? l’ansia mi divora per chilometri finché, a sorpresa, l’auto frena: la ragazza è giunta a destinazione. prima di scendere, mi abbraccia forte e dice: spero di rivederti presto e mi raccomando, divertitevi. contraccambio le effusioni. gran filosofia quella rasta.
racconto di Soledad
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la casa del kukkurru aveva una grande stanza e le finestre davano sull’alba, sul tramonto e sul mare di fronte. stava sulla punta di un’isola ed era un club riservato a sole donne e soli uomini, minimo 40enni, di bell’aspetto, colti, educati, gentili, gioviali ma soli. al club – cafeteria, libreria, ristorante, sala da tè – le coppie non erano gradite manco a parlarne, e lì erano le tartine a trasformarsi in sentimenti, le minestre in letizie e tenerezze, i risi in estasi di leggerezza, le paste in delicati struggimenti, le carni e i pesci in passioni, le verdure in palpitanti tripudi, i formaggi in platonici amori, i dolci in viatici per il nirvana, i caffè in sollucchero per le sinapsi e i neuroni; e poi c’erano vini leggeri, frizzanti e stuzzicanti, vini da riflessione e da commozione, passiti, porti, vinsanti e malvasie, tè profumati e profumanti, marmellate per cuori caldi e mieli d’ape canterina, tisane ardite e infusi variopinti che levavano pesi e malinconie e la fantasia si perdeva tra profumi di mare e di mirto e suggestioni d’oriente. qualche quadro alle pareti, due o tre mobili antichi e sette poltrone per sette tavoli apparecchiati per una persona sola. le regole della casa non prevedevano che ci si sedesse insieme né – tantomeno – che ci si sfiorasse neanche per una fugace stretta di mano. si poteva parlare ma solo da un tavolo all’altro e – al massimo e pure di nascosto – ci si poteva accarezzare con gli occhi e sorridere delicatamente per godere del piacere, unico e raffinato, di una serata finalmente scevra da volgari, banali smanie carnali. e se per caso succedeva qualcosa, dopo e sempre lontano dalla casa, è certo che i due non si facevano rivedere lì perché preferivano quei posti in cui si poteva arrivare sottobraccio e ci si poteva sedere uno davanti all’altra e – addirittura – stringersi le mani durante il pasto.
racconto di Fako
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tutto è cominciato con un caffè. in piedi al bar mi dice: “devo confessarti due cose. la prima è che mi piaci”. “bene”, cinguetto. “la seconda è che sono sposato, ho una bambina e due cani”. “male”, ruggisco. lo invito a perdermi di vista: film già visto. ma ci si mette il fato, così lo incontro a ogni angolo di strada. quando mi vede, insiste: ci piacciamo, allora perché castrare un’emozione? tutte le volte che lo incrocio solita solfa, finché un bel giorno mi bacia e lì capitolo. “ebbene, l’hai voluto tu” esclamo perentoria. “ti aspetto stasera a casa mia”. quello arriva puntuale e visto che l’abbiamo già tirata per le lunghe, si va subito al dunque. in men che non si dica, les jeux sont fait. nella performance, completamente autoreferenziale, come provo a metterci bocca, la conversazione si esaurisce. allibita, cerco di argomentare che, se non disturba, ci sarei anch’io. ma non faccio in tempo a finire la frase che lui scoppia in lacrime. “so che non puoi capirmi” frigna “ma a me non era capitato mai di farlo con un’altra donna”. fare che? vorrei puntualizzare, ma gli passo un kleenex. “è che io non sono proprio tagliato per queste cose” dice strombazzando nel fazzoletto. “mi dispiace tanto, ma tu non c’entri nulla, è una questione mia”. “capisco” commento con dolcezza “ma ti vedo molto scosso. secondo me ti farebbe bene stare un po’ da solo”. così dicendo lo sospingo delicatamente verso la porta. “dimmi qualcosa…” mi implora con la voce strozzata “a volte una parola di conforto può far bene”. “è che non ho parole” mi giustifico, dopo un imbarazzante silenzio. “però se proprio ci tieni: chi beve birra campa cent’anni. può andar bene?”.
racconto di Soledad
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quand’ero piccolo io, nell’oasi eravamo sedici beduini, divisi in due nuclei familiari. nel corso dei dieci anni successivi, i nonni di entrambe le famiglie sono morti, così siamo rimasti in otto. com’è naturale a una certa età noi figli abbiamo sentito l’esigenza di un partner, perciò io mi sono sposato con la figlia dell’altro gruppo e il fratello di lei con mia sorella. col passare degli anni anche i nostri genitori sono passati a miglior vita, e siamo rimasti in quattro. io, poi, ho iniziato una relazione con mio cognato. saputa la cosa, mia sorella ha avuto un infarto. suo marito è impazzito per il dolore e ha ammazzato mia moglie. stava per far fuori anche me, ma con una sciabolata gli ho fatto perdere la testa del tutto e mi sono salvato. qualche tempo dopo sono caduto per distrazione da una palma mentre coglievo una noce di cocco, così mi sono paralizzato e sono rimasto a metà. adesso che sono anziano passo le mie giornate curando le piante dell’oasi, e pescando pesci che poi mi cucino. tutto sommato me la spasso alla grande, avrei solo bisogno di qualcuno che m’insegnasse qualche ricetta nuova, perché gli involtini di foglia di palma mi son venuti a noia.
racconto di Marco
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a letto, ci si ficcava appena possibile e se ne andava in visioni e fantastici ricordi. da piccolo dopo cena mamma li portava a dormire, lui e sua sorella allora nella stessa stanzetta, e cominciava a leggergli l’intrepido con le storie di nizar il principe indiano o pinocchio o le tigri della malesia e passavano fate turchine, pirati, elefanti e balene, guardie e grilli parlanti, kriss e castelli, palmizi, cipressi, somarelli e tempeste, naufragi, velieri e tesori. ai tempi del liceo mamma gli portava il caffè alle 7 e poi passava pure papà, alle sette e tra quarti, a chiedergli se era vacanza o sciopero e lui farfugliava che era già pronto; ma il fatto è che s’era riaddormentato, caffè sul comodino, e l’aveva sognato di esser pronto per uscire ma era solo un sogno, così vivido e preciso da sembrare reale; si alzava di corsa, non faceva colazione e arrivava tardi a scuola. della prima polluzione notturna ricordava, felice, il pulsante turbamento sconosciuto e la preoccupazione di essersi pisciato sotto. la prima autentica, parziale, esperienza sessuale con una cugina ben più grande di lui: ci aveva campato di rendita e di amori solitari, sempre nello stesso letto, per i seguenti 3 anni. lì aveva preparato i 2 esami di maturità, perché una volta se l’erano trombato bel bello quei cani della commissione, e aveva imparato a suonare la chitarra.
il letto insomma, un posto dove camminare sulla sabbia di tropea con giuliana, specchiarsi negli occhi, sperare che quel tramonto duri per sempre e sentirsi dire ancora “pensavo non te ne importasse niente di me…” o prendere un libro e lasciarsi andare, perdersi tra le parole e immaginare, rivedere, addormentarsi e non riuscire a capire più se era un sogno o la realtà ma se allunghi un piede la trovi che dorme accanto a te e domani mattina, magari, passa pure papà per uscire tutti insieme e andare a comprare il tiramisù.
racconto di Fako
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aveva detto che forse era meglio lasciarsi. gli avevo risposto di sì e messo giù il telefono stizzita. era proprio finita e quelle poche volte che c’incontrammo dopo, solo cenni di saluto. passarono anni finché un giorno casualmente lo rividi. era così contento dell’evento che mi offrì una lemonsoda. dissetata l’ugola, mi chiese se poteva chiamarmi. lo desiderava da anni, confessò emozionato. in un baleno pensai: se dico di no sembra che ancora mi bruci, se dico di sì troppo enfatica pare non aspettassi altro. quindi abbozzai un sorriso e con apparente leggerezza lo incoraggiai: ma certo, perché non lo hai fatto prima? rispose di aver avuto paura e arrossì. poi mi sfiorò le spalle mentre apriva la porta del bar, uscendo. la cosa non mi scosse ma mi sorprese. invece no, mi scosse. promise di chiamarmi presto e nel commiato mi baciò da amico ma non solo. perfetto, mi dissi, ci siamo. siedi sulla riva del fiume e aspetta che passi il cadavere del tuo nemico. ed eccolo là. perfida saggezza orientale! mentre scrutavo le acque in attesa del morto a galla un marasma di pensieri mi ingorgava la testa. sono calmissima, mi ripetevo, devo solo ascoltarlo. dirà quello che si dice in queste occasioni… sì ma che si dice in queste occasioni? e io, cosa gli rispondo? se gli dico che ho rantolato secoli nel dolore, quello gongola. se invece affermo che non è stato poi così difficile scordarmi di lui, faccio torto a tutte le mie sofferenze. e se mi chiede se sono fidanzata? lui certamente lo è, figuriamoci. ma se gli mento e poi lo scopre che figura ci faccio? certo, single alla mia età equivale a zitella. maledizione. comunque l’unica cosa da fare in questi casi è non aspettarsi nulla. anzi, non aspettare proprio… ne ho avute di telefonate da allora, ma della sua nemmeno l’ombra. mi sa che come cadavere era un po’ troppo in salute.
racconto di Soledad
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un giorno letizia uscì di casa con una scarpa sola. il particolare non sfuggì alla portinaia e il palazzo seppe subito che alla condomine del terzo piano mancava un piede. letizia superò veloce la guardiola col suo puzzo di soffritto, varcò il portone e si diresse al solito bar. la cameriera, premurosa, le corse incontro con una sedia e la invitò a sedersi. voleva così esprimere solidarietà verso una cliente che aveva perso una gamba. letizia ringraziò ma preferì restare in piedi. bevve il caffè, salutò qualcuno agitando un braccio che non c’era e saltellò fino alla fermata del bus. prima di iniziare il turno di lavoro in mensa si cambiò d’abito e fece scivolare il camice sulla sottoveste. la scena fu seguita da una collega che riferì l’anomalia al capo cuoco: al sedere dell’assistente di cucina mancava un gluteo. l’uomo, in ottemperanza alla legge sulla privacy, mantenne il riserbo. così letizia restò all’oscuro di certe cose che la riguardavano e lavorò come di consueto. dopo un paio d’ore si concesse la pausa di una sigaretta, se la fumò in santa pace e sul selciato del cortile lasciò il mozzicone spento e le labbra vellutate di rossetto. un addetto alla vigilanza notò il luccichio di quella strana cosa rossa ma volse lo sguardo altrove. lo stesso fecero un gruppo di impiegati in pausa pranzo, quando videro la spalla di una cameriera precipitare sul buffet delle insalate. terminato il lavoro letizia passò al supermarket, comprò poco e lo pagò in contanti. la cassiera prese la banconota comprensiva di tre dita e, senza batter ciglio, le diede il resto e lo scontrino. giunto a casa, quel che restava di lei mangiò senza appetito. aveva perso anche quello, ma certo non lo avrebbe cercato nello stato in cui era. si sentiva a pezzi e se ne andò a dormire. al risveglio letizia non trovò traccia di sé. cercò sotto il letto, in cucina, al bagno ma proprio non c’era. era una donna pragmatica e non perse tempo a piangersi addosso. riempì di niente due grandi trolley e senza dare nell’occhio svaporò dalla storia con il suo effimero carico.
racconto di Fabbyo
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era carina e gentile mafalda, di bella voce, allegra e colta professoressa di lettere. s’avventurava spesso, a scuola e a casa, in stimolanti speculazioni intellettuali. un piacere l’argomentare avvincente e appassionato, ancorché venato di pericolose progressioni vocali. deformazione professionale, pensò, ma era innamorato. si sa, l’amore è un po’ cieco e anche sordo. cena: luci soffuse, musica, incenso, pesce e vino bianco a stuzzicar papille e sensi, gelato e fresco venticello a muover le tende, l’ideale per parlucchiare e guardarsi con occhi da triglia per addormentarsi, poi, stretti stretti e zitti zitti. allo squillo pronta arriva la risposta. rapidamente masticando mugugna assensi, mentre dall’altra parte dell’etere l’amica chiacchiera e chiacchiera. addio meravigliose, romantiche fantasticherie. mangiò silenzioso in compagnia dell’insulsa tv a volume molto basso per non infastidirla, dopo qualche raro, vano inserimento nella conversazione. sigaretta in mano deambula per tutta casa parlando e parlando: è cena per l’amica che sta ascoltando, mangiando, assentendo, mugugnando. telefonata ancora in corso, finì l’ultimo tg e s’addormentò sul divano. ma cos’avranno da dirsi che si sono sentite due giorni fa? e poi, pensò nel sonno, perché non si scrivono delle meravigliose lettere? silenziosa attività di riflessione, analisi, sintesi e soprattutto esente da inquinamento acustico. a un’ora imprecisata della notte finalmente un meraviglioso silenzio e si potè dormire con il piacevole consueto rumore del traffico notturno, dei motorini smarmittati e dei camion della nettezza urbana. finito il dodecafonico inseguirsi di risate, urletti, cali di tono e incredibili “nooo!” tre ottave sopra la media già alta di suo, improvvisi silenzi e repentine mitragliate di parole che superavano, svolazzando, muri e porte. la telefonata era finita e forse l’amore.
racconto di Fako
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girava un libro erotico: il manuale pratico del reverendo mooligann. era un prontuario esaustivo: bondage, fetish, anal, sadomaso, ecc. non truculento ma neanche eccitante. girava voce che l’avesse scritto un attraente quarantenne, principe dei salotti e delle alcove che raramente, pare, incassasse un no. quando fu il mio turno lo sospesi con un ni. da una parte m’infastidiva l’idea di arricchire il suo ego; dall’altra, ero curiosa: se davvero il libercolo era opera sua, c’era da divertirsi. optai per la seconda, una notte d’inverno. accettai l’ennesimo invito e mi presentai armata di birra e profilattici. buttai un occhio nell’alcova: niente di speciale, tranne un oggetto misterioso attaccato alla spalliera del letto. aguzzai la vista e lo identificai: era una patata. si trattava forse di un nuovo strumento erotico bio compatibile? l’ospite si limitò a dirmi che il tubero era propiziatorio… mah! un misto d’inquietudine ed eccitazione mi pervadeva. stavo per essere catapultata in un inferno di perversioni o in un’oasi di colture biologiche ogm free? e quell’uomo educato e sfuggente, era davvero lui quel reverendo ? la giostra iniziò solitamente, fin lì niente di nuovo. e andando avanti pure, non emergevano malizie x rated. i preliminari si consumarono senza sorprese e il seguito anche. niente di meno poi, giunti che fummo al punto in cui le cautele si fanno d’obbligo, vieppiù vista la fama dell’amante, quello nicchiò. m’imposi e gli passai il salvagoccia. allora quello si mise a smanettare cercando d’aver ragione della tenzone ma, ahiahiahi, l’arnese si avvilì. lo osservavamo immobili, io e la patata. attimi di imbarazzo, tentativi di rianimazione, ma di lì a poco fu chiaro che il paziente era deceduto. svanii all’istante per non turbare oltre il dongiovanni accidentato. appena fuori mi accesi un’inutile sigaretta e, mentre ardeva, pregai il signore di prendersi cura del suo reverendo. amen.
racconto di Soledad
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gentile segretaria di redazione, stavo giustappunto chiedendomi che fine avesse fatto l’operazione “romanzo dell’impiegato” ed ecco arriva la gradita mail di convocazione. ci si informa, noi partecipanti al vostro concorso letterario, che la manifestazione conclusiva avverrà il 15 giugno p.v. nella sala dei ricevimenti della vostra spettabile redazione in milano dalle ore 18 in poi; gli esimi giurati premieranno gli elaborati, assegneranno i premi ai tre vincitori e, con piacere ci si troverà tutti intorno al buffet all’uopo imbandito. non le nascondo la soddisfazione di esser vostro ospite e appartenere, tra oltre novanta racconti, alla ristretta cerchia dei dieci migliori ma, non sono ad oggi in grado di confermare la mia presenza al vostro consesso per ovvi motivi di lavoro e gestione del monte ferie. ma proprio di mercoledì si doveva organizzare questa cena? in mezzo alla settimana? l’ormai infondata speranza di un’esistenza scevra da banali incombenze lavorative e sciocche esigenze di produzione del reddito (il mio) si scontra, purtroppo, con la realtà del lavoro salariato, le sue regole, i suoi impegni, il target di fine anno e chi più ne ha più ne metta. al di là del lavoro, però, avrei cortesemente bisogno di sapere se nel concetto di ospitalità è previsto: spese viaggio (aereo/treno), spese trasferimenti in città, spese albergo e spese varie. non le nascondo che tale capitolo potrebbe assumere una certa importanza nel contesto della mia partecipazione, laddove il piacere del leggiadro convivio potrebbe essere offuscato da un imprevisto salasso dell’esangue conto in banca. mi permetto di partecipare -per trasparenza ed onestà intellettuale- queste frivole considerazioni a tutte le persone citate nella sua mail e, in attesa di un suo cortese riscontro, la ringrazio e la saluto cordialmente.
racconto di Fako
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come ogni anno a pasquetta piove. e come ogni anno si fa finta di credere che il tempo sarà bello e si potrà fare colazione sull’erba, con le uova decorate, la colomba e il salame. come ogni anno ci si sveglia presto -per sfruttare al massimo l’orrenda giornata- si scruta il cielo decisamente oscurato da una coltre di nuvole pesanti e ci si incoraggia a vicenda con le stesse frasi di sempre: dai che stavolta tiene, mo’ sembra brutto ma poi vedrai che ‘ste cazzo di nuvole spariscono. d’altronde è tutto pronto per la scampagnata e conviene provarci, perché metti che poi esce il sole e si rimane a casa, bella fregatura, no? e allora, tutti in macchina, si parte! la meta è sempre la stessa, un anonimo borgo in collina dove abitano gli zii che vediamo una volta l’anno, a pasquetta per l’appunto. distanza dalla meta: 100 km di via aurelia già intasata all’alba di grulli come noi che vorrebbero cambiare il corso della storia e far splendere il sole sui cestini da picnic. tempo medio di percorrenza: tre ore. ogni 20/25 minuti squilla il cellulare, lo zio e la zia si alternano al microfono per chiederci come mai siamo così in ritardo e a che ora arriviamo. forse c’è stato un incidente? no zia, no zio, non c’è un problema, c’è una strada -la nostra- che è identica a quella del film un giorno di ordinaria follia. intanto le prime gocce rimbalzano sui vetri e col tergicristalli parte il coro dei delusi. oh no, piove, che sfica. e tira pure vento! eppure sembrava che sarebbe stato bello. brutta bestia l’illusione. basterebbe un micron di memoria per ricordarsi che anche l’anno scorso il tempo era ignobile e pure due anni fa e l’anno prima idem. d’altronde, anche se dedicato a un angelo, è pur sempre lunedì, giorno decisamente poco adatto a festeggiar chicchessia, con rispetto parlando per le celesti sfere. se posso esprimere la mia opinione, penso che una resurrezione così eclatante andrebbe onorata con almeno una settimana di festeggiamenti ufficiali. Se così fosse, aumenterebbero moltissimo le probabilità di bel tempo e si potrebbe sperare sinceramente in una scampagnata coi fiocchi, mangiare sul prato con le prime formiche, pisciare dietro un cespuglio, tirare due calci al pallone, inciampare, ruzzolare a terra, macchiarsi la camicia nuova d’erba e sbucciarsi le ginocchia come dio comanda. insomma, mi sentirei talmente felice da non restaci male per la sorpresa merdosa dell’uovo che anche quest’anno mi spetta di diritto. fuori continua a piovere ma il meteo dei miei pensieri prevede ampie schiarite esistenziali. ed è questa l’unica cosa che conta.
racconto di Diana
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devo farmi una dose. altrimenti comincio a vedere cose strane. tipo una mongolfiera che passa l’aspirapolvere in salotto mentre balla i jingle pubblicitari che passano in tv. la mia occasione: una porta-finestra aperta e zappete, balzo dentro seguendo il labirinto delle piastrelle in cotto. zampetto e sento gridare: allora pallone gonfiato, muovi quelle chiappe cellulose che sto caffè sta per uscire! è la caffettiera che parla o sono io in crisi d’astinenza? ed ecco che una cascata nera cola fuori dall’acciaio. uno zampillo fa capriole su se stesso si contorce triplo salto mortale avvitamento si allunga per l’impatto e pac, quasi mi colpisce ma mi tuffo per schivarlo, tipo james bond che evita pallottole a go go. sono sano e salvo – sano si fa per dire. finalmente la mongolfiera atterra, prepara una tazzina e voilà, tira fuori la roba. con la bava alla bocca mi arrampico su una parete di marmo, senza corda né picchetti (messner mi fa un baffo). scorgo la meta, un barattolo: la polvere è sempre più vicina. mi arrampico di nuovo (questa volta messner mi fa una sega), sono in cima, mi manca il respiro e poi giù, mi lascio andare, scivolo senza sci – volo – tra le dune di zucchero bianco. altro che uomo delle nevi, pascià in un’oasi di dolcezza: cammelli con quattro gobbe, morbide odalische che ballano reggae all’ombra di palme bonsai, dune ricoperte di zucchero, zucchero ovunque… uh che schifo! una mano rugosa mi afferra per le zampe. giù le mani orribile grassona, sai chi sono io? armando la formica, bruttamongolfierapelosa, te le ho viste le gambe sai? lasciamigiùaltrimentiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii… menomale che sono caduto sul morbido.
racconto di Valeria
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non si capisce bene cosa voglia da me quel bellimbusto. dico: ci siamo amati, ci siamo lasciati e ci siamo scordati. e adesso, cosa vai cercando, baby? sono mesi che in questa metropoli tentacolare dovunque vada, lo incontro. e non è nemmeno che mi scucia un baffo, se non fosse che tutte le volte mi chiede di vederci e di parlare, però poi non mi cerca e non mi parla. perciò, sul serio: che cosa vai cercando honey? occhei, l’altra sera alla festa ci ho ballato. ma che altro potevo fare? mi è comparso davanti mentre mi dimenavo all’impazzata, non lo potevo mica cacciare via. e’ vero che potevo risparmiarmi la lambada, ma alla terza vodka lemon la volontà si annebbia, o sbaglio? lo so, mi sono detta “visto che ho fatto trenta, faccio trentuno”. perciò quando mi ha chiesto: “vengo da te?” ho risposto sì. ed è venuto. ah, se è venuto, e non vi dico io… forse volevo togliermi il pensiero. oppure ero curiosa di sentire i suoi argomenti. o più semplicemente essendomi già noti, desideravo ripassarli un po’. comunque cosa fatta capo ha. almeno adesso so cosa voleva. ho sempre detestato avere dubbi.
racconto di Soledad
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capita a volte che le passioni sopite celino ancora brace sotto la cenere. così rincontro un tizio che mi ha spezzato il cuore e ci finisco a letto come se fosse ancora tutto vero. lì per lì mi confondo e non capisco: provo emozioni? e quali? cosa sento? e, oltre alla passione, covo ancora qualcosa dentro al cuore? e lui cosa mi dice? m’incanto ancora a vederlo guardarmi? e così via. lui, come ai vecchi tempi fa il tenebroso. dice e non dice, bacia e non bacia, chiama e non chiama. io però reagisco strana: lo penso, questo sì, ma non lo cerco. quando mi chiede di incontrarci a volte dico sì, a volte no. quando lo vedo, questo è vero, è sodoma e gomorra, ma il giorno dopo non mi ricordo di chiamarlo per ringraziare della prestazione. il tizio s’incupisce: palesemente il conto non gli torna. com’è, si chiede, che appena qualche tempo fa con solo una parola potevo farla ridere o morire e adesso non si sturba più per me? due, tre e quattro, alla quinta volta che si presenta a casa mia, dopo il tour de force di rito, il tizio si congeda con un benservito. essendo un viaggiatore, capita stia partendo, non sa quando ritorna, ma non presto. purtroppo il dovere lo chiama, ma è la vita che si è scelto! ragiono in un istante su quanto sto ascoltando, mi chiedo cosa provo e la risposta è: “ho sonno”. perciò gli auguro buon viaggio e che si copra. resta basito e se ne va. il giorno dopo lo rincontro per caso e pare quasi che ce l’abbia con me, oppure che il suo cuore stia soffrendo? nel dubbio lo ignoro. posto che sparisce ritengo sia partito, invece no, dopo un po’ riappare via sms e, mellifluo afferma, che il mio pensiero gli agita l’immaginario erotico. io guardo il cellulare, sto in mezzo al traffico, vorrei rispondergli qualcosa ma non mi viene niente, inoltre il clacson di un cafone m’incalza. non è cattiva volontà, ma anche volendo: come faccio a rispondergli?
racconto di Soledad
sembravano leggende metropolitane, sono diventate inquietanti realtà: non più episodici avvistamenti ma fatti, raccapriccianti accadimenti. a roma, i coccodrilli del tevere se la spassano, di giorno passeggiano sul greto del fiume, di notte riposano sotto gli alberi di lungotevere. ieri alle 23,25 la signora ersilia soldadelli è stramazzata al suolo alla vista del suo amato dolly, vezzoso barboncino infiocchettato, rimmellato e con le unghie laccate color lilla, tranciato di netto dal morso ferale e definitivo di un coccodrillo romano. si trovavano a passeggio, cane con signora, iersera dalle parti di lungotevere testaccio di ritorno da un famoso locale dove avevano assistito a una interessante performance di body-art, quando all’improvviso da dietro un lugubre platano è spuntato l’inquietante muso del mostro che ha posto fine all’ultima minzione del povero animaluccio. esigue macchie di sangue, tracce di pelo canino, un ciglio al rimmel e una zampina con le unghiette laccate di lilla sono l’ultima testimonianza del misfatto. pronte sventagliate di mitra dei carabinieri e pistolettate di questurini non hanno impedito al coccodrillo d’immergersi nel fiume illuminato dai potenti fari dei pompieri. la signora, in piena crisi isterica è stata sedata con tripla dose di valium e accompagnata a casa da un gentile e solerte cittadino. sempre ieri, alle 4,07 del pomeriggio all’idroscalo di milano un anaconda di impressionanti dimensioni ha ingoiato un’intera famiglia di filippini che festeggiava l’agognata regolarizzazione. a nulla è valso l’intervento dei corpi speciali allertati dal bibitaro testimone impotente del tragico, orribile evento. la bestia s’era faticosamente ma prontamente rificcata tra le fitte frasche da cui proveniva, sparendo. mani pietose hanno deposto fiori alla memoria.
racconto di Fako
esco per la prima volta con il tipo che, ormai da un anno, mi invita a cena con sms a cadenza trimestrale. intoppi e contrattempi hanno fin’ora ostacolato il rendez-vous ma questa volta si mangia davvero. la cena scorre tra chiacchiere e zanzare, la location sul fiume è scherzosamente romantica, almeno fino al conto: non fa ridere, vale per i ponfi e per la mia parte, che lui non fa neanche finta di rifiutare. posizione politica o braccino corto? vedremo. a parte ciò si passeggia, si sorseggia, il tono è easy ma non allusivo. apprezzo il suo fair play, anche se non capisco dove andrà a parare. probabilmente è solo cauto, del resto anch’io oscillo tra sguardi complici e battute cameratesche. a notte fonda il dialogo si fa più intimo, si è lasciato con la sua donna, lui pensa questo, lui crede quello. lo ascolto volentieri, anche perchè ha finalmente pagato un drink. sto attenta a non interromperlo prima che finisca di dire la sua e, soprattutto, a non fornirgli ancore di salvataggio nel caso si impappinasse. è un susseguirsi di notizie interessanti che lo rendono via via più appetibile ai miei occhi di scettica: a parte i gatti -che detesto ma non glielo dico- coltiva piante e cucina volentieri. ti piace prenderti cura, commento dopo un lungo studiato silenzio. beh sì, traccheggia imbarazzato. poi però, cambiando voce e fisionomia, confessa tutto d’un fiato: in realtà, è che le piante, gli animali e anche le persone, mi piacerebbe fossero surgelati nel mio freezer, mi spiego? vorrei poterli tirar fuori e scongelare tutte le volte che mi prende voglia e ibernarli di nuovo quando non mi va più; dovermene occupare di continuo mi disturba. pensa che i gatti hanno imparato a mangiare dal vicino, cosicché quando mi scordo la cena, no problem. interessante teoria ma purtroppo s’è fatto tardi. rincasando rifletto che forse anche la sua ex non s’è trovata male dal vicino.
racconto di Soledad
il signor poppeo somigliava a un pascià. la moglie entrava nel bagno e lo trovava sguazzante nell’acqua, prima calda poi fredda, sia d’inverno che d’estate. se la spassava per almeno un’oretta compreso il taglio della barba e il rimirarsi allo specchio: era vanesio, oltre che sciupone. se il pianeta era assetato era anche colpa sua e di tutta l’acqua che consumava. il fatto è che lui, nobile d’animo, avrebbe di gran lunga preferito piantare il basilico e guardare il mare da una casetta bianca, lavorare quando e quanto gli pareva e spostarsi una volta a pammukkale l’altra a lisbona, girare in bicicletta a favignana o passeggiare a liscia ruja. In quei luoghi belli e tanti altri avrebbe trascorso il tempo con la sua amata a parlare, giocare, andarsene al mare e pure litigare un po’ per rifare la pace poco dopo e riabbracciarsi come due innamorati. E per guadagnare quanto basta a vivere sereni avrebbe fatto il fotografo di cartoline, il rigattiere o il restauratore, magari con quei perditempo, sognatori e cantastorie dei suoi amici. il signor poppero però non era nato benestante e dunque gli toccava la sorte del salariato. si consolava nella la vasca da bagno, dove poteva ricordare il profumo del mirto sardo, i monasteri greci, il deserto del marocco e l’empire state building, che le automobili sotto sembravano formichine. tra i vapori che annebbiavano lo specchio poteva smaltire l’arrabbiatura del giorno prima e affrontare quel fastidio che giaceva sulla scrivania o ripescare quel pezzetto di sogno che stava nascosto tra le pieghe del cervello. a volte si immalinconiva al ricordo della sua vecchia renault 4 e di quando andava con mamma a portare i fiori a papà. insomma, davvero pensieri in libertà, proprio come un pascià in panciolle.
racconto di Fako
una sera di giugno, bivaccando con gli amici, mi imbatto in una vecchia conoscenza. l’uomo, noto per la serietà e la buona educazione, mi fa feste a non finire. inevitabile e gradito lo scambio di numeri di telefono. in piena notte giunge il primo sms: “che bello trovarti!”. me ne compiaccio e gli rispondo idem. due giorni dopo gli ritorno in mente, sempre di notte, e mi chiede: “sei in giro?” interpreto la frase come un implicito invito e la mattina seguente rilancio: “se vuoi ci beviamo un caffè in giornata”. passa un giorno, due, tre, nessuna risposta. ma non era tanto educato? magari non beve caffè! ne passano quattro e finalmente ricompare sul display. stavolta l’invito è palese: “stasera festicciola da tizio in via caio. ti aspetto dopo le 22″. “ok, a stasera, ciao”. dato che non conosco il festeggiato e neanche gli invitati, decido di arrivare in ritardo, per essere sicura di trovarlo già lì. con il tempo guadagnato curo il look del primo appuntamento: make-up anti-sbavatura, t-shirt attillata, gonna corta, scarpa con tacco. esco di casa con un’ora di ritardo e mi imbottiglio nel traffico ebete del sabato sera. dopo mille traversie, raggiungo la meta. cioè, si fa per dire: il parcheggio dista un km dalla festa. stramaledico i tacchi alti e chi li ha inventati. arranco con i piedi in fiamme ma alla fine arrivo. prima di citofonare, telefono al mio amico, per chiedergli di venirmi incontro. l’uomo non nasconde la sorpresa: “come, sei già arrivata?”. “eh già, con appena un’ora e mezza di ritardo!”. lui si mortifica: “accidenti! è che sono incastrato ancora per un po’, diciamo un paio d’ore…. idea: perché non vai a farti un giro e poi ritorni e ci vediamo lì?”. mi comunica tutto ciò in modo disinvolto, con molta serietà e grande educazione. un aplomb straordinario al quale deve certamente la sua fama.
racconto di Soledad
avevo lasciato i miei amici alle undici circa. aria di primavera, inverno finito, si vedevano le stelle e uno spicchietto di luna. in giro un singolare odore dolciastro di mare e magnolia. i soliti quattro passi per tornare a casa: dritto fino al semaforo, la prima a destra e la terza a sinistra. arrivato non ho riconosciuto il palazzo, la chiave non entrava nella toppa, non c’erano più le bancarelle dei fiori e la strada diversa pure nel nome: erasmo da rotterdam, mi pare, e sotto c’era scritto piccolo “l’elogio…” di non mi ricordo più. forse era per quell’erba che avevo fumato, forse mi ero perso, chissà. appoggiato a una macchina per placare l’ansia salita fino ai capelli, ho preso il cellulare e ho chiamato a casa. mi ha risposto, in romanesco, uno sconosciuto furibondo perché era tardi; un vero e proprio bifolco che ha minacciato di spaccarmi il muso appena fosse riuscito a rintracciarmi. ho rifatto il numero, lentamente, e ho ascoltato per tre minuti un disco che diceva numerazione non attiva… numerazione non attiva… numerazione non attiva… seduto per terra, la testa appoggiata a una saracinesca, ho chiuso gli occhi cercando di respirare. si sentiva un blues e mi sono ritrovato in una notte al neon a salire le scale di una postribolare stamberga; ho intravisto una vecchia megera che, gemendo, si concedeva al cliente di turno e mi sono barricato in una stanza umidiccia che puzzava di fumo vecchio e cavolo bollito. accasciato sul letto sfondato tremavo di freddo e di paura e c’erano tracce di escrementi di topo. pensavo al da farsi, magari darmi una coltellata in petto ed ecco che dalla parete salta fuori il cliente della vecchia megera, agguanta il mio cellulare e mi punta un coltello in gola ordinandomi, in slang yankee, di dargli il passaporto. ma io non ce l’avevo e così mi ha spezzato il mignolo della mano sinistra e mi anche strappato due denti con le dita. per fortuna poi è sparito, s’è rificcato nella parete dicendo di non telefonargli mai più alle undici di sera.





























